Qualche giorno fa la Camera ha bocciato la proposta di ridurre l’orario di lavoro da 40 a 32 ore settimanali, a parità di stipendio. La famosa settimana corta di cui si parla dalla notte dei tempi.
In Europa qualcuno ci sta già provando. L’Islanda, ad esempio, ha iniziato a parlarne sul serio dal 2015 e ora da quelle parti pare che poco meno del 90% delle persone lavori quattro giorni su sette. Già, ma loro sono in 18 ed è tutto più facile, dirà qualcuno.
Sta di fatto che in Italia siamo fermi al palo. E il dibattito, quando c’è, è sempre lo stesso: chi dice che sarebbe impossibile, chi risponde citando la Svezia, chi tira in ballo la produttività, chi parla di costi insostenibili.
Io non sono un economista. Non ho modelli matematici, né slide con grafici colorati. Però lavoro scrivendo. E una cosa negli anni l’ho capita: le ore di lavoro non funzionano come pensiamo.
Ci sono giorni in cui lavori otto ore e produci zero. A parte i 3.000 passi dalla scrivania alla macchinetta del caffè. E giorni in cui lavori due ore e trovi l’idea giusta per un articolo, uno script o un progetto.
Nel lavoro creativo, intellettuale, chiamatelo come vi pare, la produttività non è lineare. È capricciosa. Un po’ come il wi-fi nei treni. C’è e non c’è.
Questo non significa che lavorare meno sia la soluzione magica. Significa che lavorare meglio spesso vale più che lavorare di più.
Il problema è che continuiamo a ragionare con il metro della fabbrica. Ore di presenza uguale ore di lavoro uguale risultati. Ma se il tuo lavoro è scrivere, progettare, pensare, inventare soluzioni, questa equazione non regge.
E allora la domanda vera non è: “Possiamo permetterci di lavorare 32 ore invece di 40?”.
La domanda è: “In quelle 40 ore, quante ne stiamo davvero usando bene?”.
Conosco persone che stanno in ufficio dalle 9 alle 18 tutti i giorni. Sempre presenti. Sempre operativi. Sempre con la faccia giusta. E producono la metà di chi lavora sei ore ma lo fa con concentrazione totale.
Perché? Perché gran parte di quelle ore le passiamo a fare riunioni infinite e magari non proprio così necessarie. Email che potevano essere messaggi. Messaggi che potevano essere niente. Pause caffè travestite da network strategico.
Non è cinismo. È la realtà di chi lavora in un sistema che misura il tempo invece che il risultato.
La settimana da 32 ore non serve a lavorare meno. Serve a smettere di fingere che stare seduti davanti a un computer per otto ore sia automaticamente produttivo.
Sia chiaro: ci sono lavori dove le ore contano eccome. Se sei infermiere, operaio, cameriere, autista, le tue ore sono il tuo lavoro. Non puoi “concentrarti meglio” e finire il turno in sei ore invece di otto.
E questo è un punto importante. La settimana corta non può funzionare allo stesso modo per tutti. Non è una ricetta universale.
Ma per chi fa lavori dove conta il risultato più del tempo – e sono sempre di più – forse dovremmo iniziare a ripensare il modo in cui misuriamo il lavoro.
Io so che quando scrivo, le mie ore migliori sono la mattina presto. Dalle 6 alle 10. Dopo, il cervello rallenta. Posso stare alla scrivania fino alle 19, ma quello che produco dopo le 13 è spesso la metà, in qualità e quantità, di quello che ho fatto prima.
Allora perché dovrei stare incollato alla sedia per dimostrare che sto lavorando?
Il vero ostacolo alla settimana corta non è economico. È culturale.
Abbiamo paura di non controllare le persone. Abbiamo paura che se lavori da casa, in realtà stai guardando Netflix. Se lavori meno ore, probabilmente ti stai approfittando.
È la mentalità del “io ti pago, tu devi soffrire”. Come se il lavoro dovesse per forza essere faticoso per essere legittimo. Ma la fatica non è sinonimo di valore. A volte è solo sinonimo di cattiva organizzazione.
Se un’azienda non riesce a valutare i suoi dipendenti se non guardando quante ore passano in ufficio, il problema non sono i dipendenti. È l’azienda.
E la partita IVA?
Qui arrivo al punto dolente. Io ho la partita IVA. E per me la settimana da 32 ore non esiste. O meglio, esiste solo se decido io di farcela stare.
Nessuno mi dice: “Lavori troppo”. Nessuno mi impone pause. Se voglio lavorare sabato e domenica, posso farlo. Se voglio staccare martedì, idem.
E questa è insieme la fortuna e la fregatura della partita IVA. Hai libertà, ma anche responsabilità totale. E spesso finisci per lavorare più di chi ha un contratto da dipendente, perché hai sempre la sensazione che se ti fermi, perdi un’opportunità.
Ma anche qui, il punto non è quante ore lavori. È se quelle ore le stai usando bene. O se stai solo riempiendo il tempo perché ti fa sentire produttivo.
Immagina che domani l’Italia passi alla settimana da 32 ore. Cosa cambierebbe?
All’inizio, il caos. Ovvio. Riunioni da riorganizzare, scadenze da spostare, clienti da gestire. Qualcuno direbbe: “Ve l’avevo detto che era impossibile”.
Ma poi, forse, succederebbe qualcosa di interessante.
Le riunioni inutili sparirebbero. Perché se hai meno tempo, non puoi permetterti di perderlo. Le email ridondanti diminuirebbero. I progetti si concentrerebbero su quello che conta davvero.
Non perché le persone sarebbero improvvisamente più brave. Ma perché sarebbero costrette a scegliere. E scegliere, in un mondo dove tutto sembra urgente, è già una rivoluzione.
La verità è che molti di noi non lavorano 40 ore a settimana. Lavorano 20 ore e fanno finta per le altre 20.
E questa finzione ha un costo. Stanchezza. Frustrazione. La sensazione di essere sempre occupati ma mai davvero produttivi.
La settimana da 32 ore non risolverebbe tutti i problemi. Ma ci costringerebbe a smettere di mentire a noi stessi.
A dire: “Guarda, in realtà per fare bene quello che devo fare, mi bastano queste ore. Il resto è teatro”.
E forse, chissà, scopriremmo che lavorare meno non ci renderebbe meno professionali. Ci renderebbe solo più onesti.
Quindi?
Non so se la settimana da 32 ore arriverà in Italia. Probabilmente no, almeno non presto. Siamo bravi a parlarne, meno a farla.
Ma intanto, anche senza leggi, posso provare a cambiare il mio approccio. Smettere di misurare il lavoro in ore. Iniziare a misurarlo in risultati. Smettere di riempire il tempo. Iniziare a usarlo meglio.
Non serve l’Islanda per farlo. Basta un po’ di onestà con se stessi.

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