Premessa veloce: non faccio il “Linkedin coach” (a proposito, si dice così?). Io mi occupo di comunicazione, soprattutto per le aziende, e nel tempo ho capito una cosa semplice: ogni piattaforma ha le sue regole del gioco. Linkedin non funziona come un articolo, né come un video tecnico, né come qualsiasi altra cosa.
E in passato ci ho sbattuto la testa più volte.
Ecco quindi le 6 cose che avrei voluto sapere prima e che magari tu sai già. In quel caso, porta pazienza: se ti va, ci incroceremo di nuovo la prossima volta.
- Gli hashtag servono ormai come il sottobicchiere della birra: contengono, ma non risolvono. Usali per evidenziare una parola o archiviare un format: la reach organica vive altrove.
- L’orario di pubblicazione non cambia la vita: serve più a te che all’algoritmo. Se il post è buono, vola comunque.
- Il formato video non è morto. Gioca un altro sport: non vince sulla portata, ma sulla credibilità. Mostra la tua faccia, la tua voce, il tuo ritmo. E questo, col tempo, pesa. Pare.
- L’AI non rende i post più brillanti, ma più puliti. Spesso troppo. Hai presente il riso in bianco? A volte serve, ma alla lunga è di una noia mortale.
- Chi posta e fugge raccoglie poco. Chi interagisce, posta e interagisce ancora costruisce relazioni. Come in qualsiasi altra piattaforma social, del resto. Nessuno pende dalle nostre labbra. E meno male.
- Linkedin è una giungla con la cravatta. Non basta certo scrivere che sei un fenomeno per ricevere 20 proposte.
E poi c’è il bonus. Quello che, per quanto mi riguarda, vale più di tutto:
Nessuno si ricorderà del tuo post, ma di come li hai fatti sentire. Il contenuto è un pretesto. Quello che resta è la sensazione di competenza, ironia e umanità che lasci.
Ecco, a proposito: come stai?

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