Luca Altimani: “AI? Devi scrivere come diavolo scrivi tu”. 

Luca Altimani non si aspettava le mie domande. Forse nemmeno io. Ho fatto domande per tantissimi anni. Per diletto e per mestiere. Ero un giornalista freelance, scrivevo per testate diverse su argomenti diversi. Poi, ho scelto di fare un passo indietro, anzi, di lato. Ed eccoci qui. 

Nel frattempo, il mondo si è riempito di interviste video e podcast. Ottimi, per carità. Ma inflazionati quanto basta per farmi venire voglia di tornare alla parola scritta. Quella che si legge quando vuoi, che si rilegge, che resta. E allora ho ripreso in mano il mestiere. Senza troppe cerimonie. Con una domanda, anzi dieci. Più tre bonus tracks che suggeriscono senza svelare troppo. 

Il primo a sedersi dall’altra parte è Luca Altimani. Copywriter, content creator, ex amministratore di Commenti Memorabili, oggi capitano di The Content Kitchen. Una delle voci più originali e taglienti che conosca nel panorama della comunicazione italiana. Lo seguo da moltissimo tempo e lo stimo ancora di più. Vabbè, ora però passiamo alla ciccia vera. Ecco come sono andate le cose. 

1. Proviamo a presentarti in modo insolito. Raccontami chi sei attraverso tre cose che ami e una che non sopporti.

Amo andare al mare, lo sport e lavorare da remoto. Odio fare sport e lavorare da remoto al mare.

2. Sei stato l’amministratore di “Commenti memorabili”, una delle pagine Facebook più seguite d’Italia. Cosa si impara a comunicare quando il tuo pubblico è anonimo, imprevedibile e ti sommerge di contenuti ogni minuto?

Sicuramente a gestire i picchi emotivi: ad un certo punto, sei calmo qualunque cosa succeda. Non ti esalti se ricevi complimenti, non ti fai buttare giù dagli insulti. Praticamente ‘na sorta de Buddha da social network.

3. Cosa significa per te comunicare bene? Non la definizione da manuale, la tua.

Per me comunicare è fare arrivare il messaggio diretto e senza fronzoli. Credo che la comunicazione più vera sia quella che più assomiglia ad un dialogo dal vivo, pura, spontanea e senza troppa preparazione.

4. Qual è l’errore di comunicazione più grande che hai fatto? Quello che ancora oggi ti fa venire voglia di cambiare nome e trasferiti alle Faroe.

Iscrivermi su LinkedIn e, invece di portare me stesso, portare ciò che il mondo del lavoro si aspettava da me. Sono durato ben poco indossando abiti che non mi appartenevano.

5. LinkedIn fa bene a chi lo fa. Ma lo fa ancora o è diventato un posto dove tutti parlano e pochi ascoltano?

Prima era un luogo calmo, se vogliamo “lento” rispetto ad altre piattaforme. Oggi, con il calo clamoroso della reach, per arrivare ad un buon numero di persone la gente posta sempre più spesso. Sembra essersi adattato al mondo del lavoro moderno, più accelerato di come dovrebbe essere. E quindi la risposta diventa una domanda: quanto sei in grado di ascoltare qualcuno che ti parla quando sei costantemente di corsa?

6. A proposito di luoghi comuni che resistono come i dinosauri: ‘posta ogni giorno’, ‘usa gli hashtag’, ‘il lunedì mattina è il momento migliore’. Quale butteresti nel cestino della storia e perché?

Assolutamente gli hashtag. Già erano osceni da vedere su altri social, ma forse un minimo di senso lo avevano. Su LinkedIn non sono praticamente mai serviti a niente, se non per sgamare i boomer o chi gestisce la comunicazione aziendale fresco fresco di studi, dove in qualche corso LinkedIn qualcuno menzionava l’utilità di questi obbrobri.

7. La tua ironia è tagliente come la coda di una pastinaca, ma mai cattiva. È una scelta consapevole o è semplicemente chi sei?

Oddio, a volte può essere anche un po’ passivo-aggressiva per la forma in cui la elaboro. In realtà ciò che produco arriva in modo molto spontaneo, a volte è più raffinata, altre più grezza. La fortuna è che non mi impongo di essere cortese, gentile o di “includere”. Su questo sono sempre stato inamovibile: non me ne frega niente di ammorbidire, se il messaggio ti arriva vedrai di includerti da solo, altrimenti pazienza.

8. Si può insegnare l’ironia? O è come il talento: ce l’hai o non ce l’hai?

Credo di avere avuto uno spiccato senso ironico da sempre, ma probabilmente uno psicologo saprebbe rispondere meglio (magari sfoggiando il taccuino dove ha segnato: “Ok, dunque è così che reagiva quando non aveva gli strumenti per superare i traumi, mmm bene, bene”. Ma molte cose le ho apprese, anche se involontariamente: gestire pagine social ironiche, essere sempre stato attratto da programmi tv (una volta) e video (oggi) di intrattenimento, guardare tonnellate di Stand Up Comedy. Insomma, forse c’era già un nucleo pulsante, ma di sicuro si è sviluppato molto con tutto ciò che ho appreso (e non studiato).

9. Comunicazione e intelligenza artificiale: alleanza o resa dei conti? Cosa pensi davvero, al netto delle posizioni di circostanza?

Sono tutto il contrario di un esperto, quindi parlerò solo in base all’esperienza che ho avuto. Credo che l’IA possa effettivamente dare una mano a mettere in ordine le idee, o usata da “secondo cervello” per fare brainstorming. Usata per scrivere al posto tuo, però, è veramente l’anticristo, soprattutto in una comunicazione personale. Il modo in cui comunichiamo è letteralmente uno dei nostri segni distintivi, e farlo fare ad una macchina significa letteralmente alienarsi da sé stessi. “Eh ma mi aiuta a scrivere meglio”. EH ZIO, È PROPRIO QUELLO IL PUNTO. Non devi scrivere “meglio”, devi scrivere come diavolo scrivi tu e come comunichi tu, è quello che ti rende riconoscibile.

10. Hai staccato completamente dai social per un anno. Cosa succede a un comunicatore quando smette di comunicare? Scelta da rifare?

In realtà non è successo proprio niente, anche perché tutte le energie le incanalavo in Commenti Memorabili, non mi ero mai esposto personalmente (per regole interne). Semplicemente non esistevo e ho continuato a non esistere. Possiamo dire che sono “venuto al mondo come individuo social” da quando ho iniziato la mia attività su LinkedIn. E sì, se sparissi adesso per un anno da LinkedIn sarebbe decisamente più un problema rispetto al passato.

11) Tre album che non elimineresti mai dalla playlist.

Domanda interessante, adoro ascoltare musica ma non sono un particolare fan di qualcuno. Vado a periodi e a sensazioni. Se proprio devo citare qualche nome, forzatamente, potrei dirti Linkin Park e Eminem. Se invece restiamo in Italia, ti direi Tiziano Ferro, che collego a memorie d’infanzia che oggi mi lasciano una nostalgia vivida.

12) Tre libri che hai riletto (non solo letto).

Non credo di aver mai riletto libri. Forse ho letto due volte “12 regole per la vita” di Jordan Peterson, che mi è stato utile in modi diversi in due momenti di vita diversi. Normalmente, però, sono da thriller psicologici e horror. Una volta letti, difficilmente ritorno sui miei passi.

13) Tre film che citi spesso senza accorgertene.

Altro tasto dolente, non sono una persona che cita film, anche perché ne ho una cultura generale limitatissima. Non saprei citarti grandi opere, ma quelli che guardo di più in assoluto sono gli horror. Se invece parliamo di serie tv, sono un fan sfegatato di “The Haunting of Hill House” e “The Haunting of Bly Manor” di Mike Flanagan, che riguardo letteralmente ogni anno in autunno. “Resident Alien”, invece, per i momenti in cui voglio sentirmi leggerlo e farmi quattro risate.

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