Quando ero piccolo, mio padre lo comprava ogni giorno, domenica compresa. Era uno di quei lettori affezionatissimi, quasi un fan. Ricordo il giornale piegato sul tavolo della cucina, il rumore delle pagine sfogliate con calma, il profumo della carta stampata condita con l’inchiostro, la sensazione che lì dentro ci fosse il mondo.
Oggi leggo che, dopo cent’anni, gli Agnelli sono pronti a cederne il controllo: nelle prossime settimane passerà ufficialmente al gruppo Sae, che controlla alcune testate locali. Si chiude un’epoca che ha segnato in un modo o nell’altro la storia di moltissimi, me compreso.
Sono notizie che fanno uno strano effetto, soprattutto se vivi a Torino. Non perché il mondo non cambi – so bene che tutto rotola costantemente senza controllo – ma perché certi nomi fanno parte del paesaggio di noi torinesi, come Piazza San Carlo e i suoi caffè, Piazza Castello e la sua storia, la Gran Madre, i Murazzi e quante ne potrei dire.
La mia esperienza in quel giornale è stata breve, ma lì lavorano amici e colleghi che stimo molto e che peraltro ora rischiano non poco di perdere il posto di lavoro. Persone che ogni giorno fanno un mestiere complicato: raccontare un quotidiano che cambia ogni 34 secondi, in una città che continua a trasformarsi e a suggerire percorsi disallineati e trasversali. Forse benefici, chissà.
E allora più che pensare agli assetti editoriali, oggi mi viene in mente quella scena semplice: un giornale sul tavolo di casa, mio padre che legge e io che ogni tanto sbircio i titoli.
Forse è lì che è cominciato tutto.

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