Storia di mille anni fa. Suonavo il basso in un concerto. A un certo punto il cavo che collegava il basso all’amplificatore ha iniziato a fare i capricci. Contatto intermittente, suono a singhiozzo. Quella roba fastidiosa che non capisci se sia voluta oppure no. E no, in quel caso non era affatto voluta.
Avevo due opzioni. Interrompere il pezzo, magari scusarmi, cambiare il cavo e ripartire, ovviamente con un paio di fulmini sulla testa. Oppure arrangiarmi. Ho scelto la seconda. Ho premuto il cavo con il gomito sull’ingresso dell’amplificatore. Senza smettere di suonare. Senza fare smorfie di terrore, almeno spero. Fino alla fine del pezzo.
Probabilmente sembravo uno che aveva appena sviluppato una tecnica bassistica particolarmente originale. Non era così. Ma il suono era tornato. E il pezzo era arrivato alla fine. Il pubblico non aveva visto il gomito sul cavo. Aveva visto qualcuno che sapeva quello che stava facendo. Ehi, non ero male con il basso, in fondo.
Gli imprevisti arrivano sempre. Sempre.
Qualche anno dopo, questa volta senza basso e senza amplificatore, mi trovavo davanti a una sala per una presentazione di lavoro. Avevo preparato tutto. Compreso un video che avrebbe dovuto aprire la giornata, spiegare in sintesi e in modo divertente l’argomento del giorno. Uno di quei video che rompe il ghiaccio, mette il pubblico di buon umore, ti fa sembrare organizzato e moderno. Insomma, ci siamo capiti.
Peccato che il video non partì. E ancora oggi non so perché. Silenzio. Schermo nero. Il cursore del mouse che girava su sé stesso come a dirmi “arrangiati”. Maledetto.
Avevo due opzioni, di nuovo. Fermarmi, scusarmi, spiegare il problema tecnico, aspettare che qualcuno lo risolvesse (occhio: a meno che tu non sia sul palco di San Siro, non capita quasi mai). Oppure andare avanti come se nulla fosse. O quasi. Anche in questo caso, ho scelto la seconda strada. Ho improvvisato la parte che il video avrebbe dovuto fare. A voce, senza menzionare in alcun modo che mancasse qualcosa. Come se il piano fosse sempre stato quello.
Il pubblico non ha mai saputo del video. Ha visto qualcuno che sapeva quello che stava facendo. O almeno ci provava.
Perché non fermarsi funziona meglio di quanto pensi.
C’è una ragione psicologica precisa per cui questa strategia funziona. Il pubblico, che sia in un concerto o in una sala riunioni, non conosce il tuo piano originale. Non sa cosa avrebbe dovuto succedere. Vede solo quello che succede.
Se ti fermi e ti scusi, stai dicendo: “Qualcosa è andato storto”. E a quel punto anche chi non se ne era accorto inizia a cercare il problema. Non bellissimo. Se invece vai avanti, stai dicendo: “Tutto sotto controllo”. E chi ti guarda tende a crederti, perché non ha motivi per non farlo.
La differenza tra bloccarsi e adattarsi.
Fermarsi a ogni imprevisto ha un costo alto. Rompe il ritmo, distrae il pubblico, ti toglie autorevolezza e spinge la credibilità sotto il livello della metro, forse di più. E soprattutto ti mette nella testa il problema invece della soluzione.
Andare avanti, invece, ti costringe a trovare la soluzione mentre stai ancora lavorando. È scomodo. Ma funziona. Il gomito sul cavo non è elegante e mi ha dato un fastidio cane, altro che storie. Non è quello che avevo pianificato. Ma ha risolto il problema, il suono era tornato. E il suono era quello che contava in quel momento.
Nella comunicazione professionale vale lo stesso principio. La presentazione perfetta esiste solo in teoria. Dal vivo, qualcosa va sempre storto. Il proiettore che non funziona, il file che non si apre, la domanda che non ti aspettavi, il tempo che finisce prima del previsto, l’ape che atterra sul naso (sì, successo anche questo) e altre meraviglie simili.
La differenza non è tra chi ha imprevisti e chi non ne ha. È tra chi si ferma e chi continua a suonare.
Cosa fare concretamente.
Sia chiaro, non esiste una tecnica infallibile per gestire gli imprevisti. O almeno, se c’è, io non la conosco. Ma ci sono alcune cose che possono aiutare.
La prima: respira. Un secondo di pausa intenzionale vale più di dieci secondi di panico visibile. La seconda: non menzionare il problema se non è strettamente necessario. Il pubblico vede quello che gli mostri. La terza: preparati all’imprevisto prima che arrivi. Non il singolo imprevisto specifico, che è impossibile prevedere. Ma allenati all’idea che qualcosa andrà storto. Così quando succede, non ti sorprende.
Ricordi? Le prove generali non servono a trovare la perfezione. Servono ad allenarti al caos. A farti andare avanti anche quando qualcosa non gira per il verso giusto.
Il pubblico non vede il gomito.
La prossima volta che sei sul palco, in una riunione importante e qualcosa va storto, ricordati una cosa sola. Il pubblico non vede il gomito sul cavo.
Vede qualcuno che sa quello che fa. O almeno ci prova. E questo, credimi, fa tutta la differenza del mondo.

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