Avevo vent’anni e fumavo la pipa. Sì, la pipa. Come il prode Hemingway, mi dicevo, uno dei miei miti dell’epoca al pari di Paulo Sousa, portoghese del pallone in salsa bianconera. Peccato che il mio talento alle prese con le parole fosse decisamente meno sostanzioso di quello di Ernest e vabbè, capita.
Mi sedevo davanti al PC convinto di dover scrivere il miglior pezzo del mondo. Ogni volta. Puntuale come il macellaio sotto casa mia, che non si ferma mai, nemmeno ad agosto. Il risultato? Blocco totale. Perché l’attacco del pezzo, quello giusto, non arrivava mai. Dovevo colpire, che diamine, distinguermi, e rimanevo invece fermo. Spento.
Poi è arrivato il mio primo capo in un settimanale della provincia. E tra una meraviglia sonica di Jeff Buckley e Nick Cave mi ha spiegato le vie del mondo applicate al giornalismo. Con quella chiarezza chirurgica che a vent’anni o ti spezza o ti salva. Nel mio caso, per fortuna, è arrivata la seconda.
Da quel momento ho smesso di aspettare l’ispirazione. E ho iniziato a lavorare. Per davvero, intendo.
L’idea non aspetta. Sei tu che aspetti lei.
Il mio processo di scrittura inizia lontano dalla tastiera. Lontanissimo, a volte.
Quando un’idea arriva, prendo il telefono e scrivo due o tre parole. Non un paragrafo. Solo qualche parola che mi ricordi dove voglio arrivare. Una direzione, una via di fuga, un sussulto. Qualcosa che abbia senso, insomma.
Questo succede ovunque. In coda al supermercato. Sotto la doccia, a spasso con il cane, ma pure mentre guardo una serie al pc o raccolgo un quadrifoglio dal prato sotto casa. In quei momenti in cui la testa vaga e trova, quasi per caso, quello che stava cercando. L’idea non nasce allo schermo. Lo schermo è solo il posto dove la vesto.
La teoria della pizza.
Poi scrivo la prima bozza. In fretta, senza troppi ripensamenti, senza rileggerla subito. E la lascio riposare. Come la pizza.
E come la pizza, più riposa, più diventa digeribile. La prima bozza scritta di getto e lasciata lì, anche solo qualche ora, torna sotto gli occhi con una prospettiva diversa. Vedi quello che non va: succede spesso, spessissimo. Vedi quello che invece funziona meglio di quanto pensassi: rarità, sia chiaro, rarità.
La pizza fredda del giorno dopo ha sempre un sapore diverso. A me piace quasi più della versione hot appena sfornata. E se si digerisce meglio, vinci due volte. Perché ad una certa devi venire a patti con lo stomaco e le sue declinazioni dirette e indirette.
Mattina presto o sera tardi. Mai nel mezzo.
Scrivo al mattino prestissimo o la sera tardi, quando fuori tutto è fermo. Quel silenzio lì non ha prezzo. La testa è più libera, meno intasata dalle urgenze del giorno, meno distratta dalle notifiche e dalle call e dalle mail che iniziano con “spero che tu stia bene” e continuano con qualcosa che non ti fa stare benissimo.
Nel mezzo della giornata non scrivo quasi mai. C’è troppo rumore, dentro e fuori. Ho capito che la scrittura per me funziona nelle ore di confine. Quelle in cui il mondo non ha ancora deciso cosa fare oppure ha già smesso di farlo. E io con lui.
Lo schermo bianco non è il nemico.
Il mio compagno di avventure fuori e dentro gli spazi di LinkedIn, Riccardo Valle, che stimo e seguo con grande interesse, ha scritto un pezzo bellissimo su questo tema. Lui parla di motivazione, di impegno, di 500 parole al giorno come antidoto al blocco creativo. Ha ragione. Soprattutto quando dice che la motivazione è instabile e inaffidabile e che affidarsi a lei è come aspettare che il vicino con i gemelli smetta di fare baccano. Lo trovate qui.
Io aggiungerei solo questo: lo schermo bianco non è il nemico. È neutro. È uno spazio di lavoro, uno strumento come l’apribottiglie o l’auto. Il problema non è lui, è quello che ci porti davanti.
Se ci arrivi con l’idea già in testa, anche solo abbozzata, anche solo come quelle due parole sul telefono, lo schermo diventa il posto dove le cose accadono. Se ci arrivi sperando che qualcosa accada da solo, resti lì e aspetti Godot, che dice e dice e poi non arriva quasi mai. Brutta persona. Antipatica, anzichenò.
Cosa ho imparato dalla pipa (e dal capo della provincia).
Smettere di voler scrivere il miglior pezzo del mondo ogni volta è stata la cosa più liberatoria che mi sia mai capitata. Non perché abbia abbassato le aspettative sulla qualità: oh, si fa quel che si può, quando si può. Ma perché ho capito che la qualità arriva dal processo, non dall’ambizione.
Note sul telefono. Prima bozza veloce. Riposo. Segni, segnacci, correzioni e linee rosse un po’ ovunque. E ogni tanto, una pizza fredda il giorno dopo che sa di qualcosa che non ti aspettavi. La pipa, invece, l’ho lasciata perdere. Per ora. Si fa sempre in tempo a recuperare le bolle di fumo che abbiamo perduto negli anni.


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