Le 5 frasi che distruggono la tua credibilità (e come evitarle)

Premessa: le ho usate anche io. Più volte di quanto vorrei ammettere. Quindi nessuna superiorità morale, solo autocritica pubblica.

Queste cinque frasi spuntano ovunque. Nelle riunioni. Nelle email. Nei post LinkedIn scritti alle 23:47 dopo una giornata storta. Le diciamo perché vogliamo sembrare professionali, competenti, strategici.

E invece otteniamo l’effetto contrario: sembriamo vuoti.

Ecco le cinque frasi che dovresti eliminare dal tuo vocabolario professionale. Insieme alle alternative che funzionano davvero.

1. “È una questione di mindset”.

Traduzione: non so bene da dove partire, quindi partiamo dalla testa. Funziona sempre, non spiega mai niente. Come inciampare sulla buccia della banana che avevi mangiato poco prima. Campione.

Il mindset è diventato la risposta universale a qualsiasi problema. Il progetto non decolla? Mindset. Il team non collabora? Mindset. Il caffè è freddo? Probabilmente anche quello è mindset.

Il problema è che “mindset” è talmente vago che può significare tutto e niente. Quando qualcuno ti dice che devi cambiare mindset, prova a chiedergli: “Ok, ma in pratica cosa devo fare domattina?”. Nove volte su dieci non te lo sa dire.

Cosa dire invece: sii specifico. Se il problema è la mentalità, specifica quale comportamento va cambiato. “Dobbiamo smettere di aspettare l’approvazione per ogni piccola decisione” è molto più chiaro di “serve un mindset più proattivo”.

2. “Dobbiamo cambiare paradigma”.

Ogni tanto lo segnalano a spasso per gli uffici, il paradigma. Pare sia anche simpatico se lo sai prendere. Peccato che sia sfuggente, quindi difficile da cambiare.

Il paradigma è il fratello colto del mindset. Suona ancora meglio, significa ancora meno. Lo usiamo quando vogliamo dire che le cose devono cambiare, ma non sappiamo bene come né perché.

Thomas Kuhn, che ha reso famoso questo termine negli anni Sessanta, si starebbe rigirando nella tomba vedendo come lo massacriamo nelle sale riunioni.

Cosa dire invece: spiega cosa cambia concretamente. “Finora abbiamo fatto X, da ora facciamo Y” funziona sempre meglio di “cambiamo paradigma”. Le persone hanno bisogno di sapere cosa devono fare diversamente lunedì mattina, non di sentirsi dire che l’universo concettuale è in fase di riallineamento.

3. “Bisogna uscire dalla comfort zone”.

Questa è una delle mie preferite. Suona benissimo e quando la senti ti viene una voglia irresistibile di alzarti in piedi e cantare l’inno nazionale. Ma qualcuno ha mai capito cosa significhi davvero?

La comfort zone è diventata il nemico pubblico numero uno. Come se stare bene fosse un crimine. Come se il disagio fosse sempre sinonimo di crescita.

A volte la comfort zone è semplicemente il posto dove sai fare bene il tuo lavoro. E forse il problema non è che stai troppo comodo, ma che qualcun altro non sa dirti esattamente cosa vuole che tu faccia di diverso.

Cosa dire invece: indica l’azione specifica che richiede coraggio o cambiamento. “Voglio che tu presenti il progetto direttamente al cliente” è molto più utile di “esci dalla comfort zone”. Almeno sai cosa ti aspetta e puoi prepararti di conseguenza.

4. “Serve una visione a 360 gradi”.

Oh, mi raccomando, che siano 360 e non 357, che altrimenti non gira come dovrebbe, la visione. Come l’Uomo Ragno, insomma, lo sai fare? Io no, ma quanto sarebbe bello?

La visione a 360 gradi è fisicamente impossibile. Anche se riuscissi a guardare in tutte le direzioni contemporaneamente, finiresti solo col mal di testa. E comunque, chi lo dice che serve guardare proprio tutto?

Spesso questa frase viene usata per dire: “Dobbiamo considerare più prospettive”. Perfetto. Allora diciamolo così.

Cosa dire invece: “Dobbiamo sentire anche il parere di X” oppure “Manca il punto di vista del reparto Y”. Concreto. Azionabile. Senza geometrie impossibili.

5. “È un win-win”

L’ho usata qualche giorno fa e quasi non ci credevo di averla detta. Ma cosa diavolo significa? Sia chiaro, non era una partita di tennis, sono io che ogni tanto crollo nella disperazione linguistica.

Win-win è la frase che usiamo quando vogliamo far sembrare un compromesso come una vittoria condivisa. Il problema è che, nella maggior parte dei casi, qualcuno sta vincendo più dell’altro. E tutti lo sanno.

Se devi usare una metafora sportiva per descrivere un accordo commerciale, probabilmente l’accordo non è così solido come pensi.

Cosa dire invece: spiega i vantaggi concreti per entrambe le parti. “Noi otteniamo X, voi ottenete Y” è infinitamente più chiaro di “è un win-win”. E se non riesci a elencare i vantaggi, forse non è poi così win-win.

Non è cattiveria. Non è stupidità. È insicurezza travestita da professionalità.

Usiamo queste frasi perché pensiamo che il linguaggio aziendale debba suonare in un certo modo. Che dire “mindset” sia più professionale di dire “modo di pensare”. Che “paradigma” faccia più strategia di “approccio”.

Ma la verità è semplice: più il linguaggio è vago, meno sei credibile.

Le persone si fidano di chi sa dire esattamente cosa intende. Non di chi nasconde l’incertezza dietro termini pomposi.

Prima di usare una di queste frasi, fatti questa domanda: “Potrei spiegare la stessa cosa a mia nonna?”.

Se la risposta è no, probabilmente stai usando un linguaggio vuoto. E se non riesci a spiegarlo in modo semplice, forse non l’hai capito nemmeno tu.

La chiarezza non è semplicità. È rispetto. Per chi ti ascolta e per te stesso.

Dunque, la prossima volta che stai per dire una di queste frasi, fermati. Respira. E chiediti: “Cosa sto davvero cercando di dire?”.

Poi dillo. Senza giri di parole. Senza gergo. Senza nasconderti dietro espressioni che suonano bene ma non significano niente.

La tua credibilità te ne sarà grata.

E se ti scappa ancora qualche mindset ogni tanto, tranquillo. Succede anche a me. L’importante è accorgersene e fare meglio la volta dopo.

PS: se hai altre frasi da mandare in palestra linguistica, scrivimele. Allenarsi insieme fa meno male.

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