Qualche giorno fa ho messo “Mi piace” ad un post che prendeva in giro una cosa molto semplice: tutti ormai scriviamo allo stesso modo. Le interlinee. Le frasi spezzate. I punti secchi. Tra un po’ le virgole saranno vietate per non far arrabbiare l’algoritmo, diamogli tempo.
Perché succede? Perché qualcuno ha scoperto che scrivere così “funziona”. E da lì, via al valzer della clonazione di massa. Ma la domanda è: siamo qui per dire la nostra o per imitare le scelte di qualcun altro?
A volte ho la sensazione che su LinkedIn, la spontaneità sia vista come un rischio. L’originalità come una perdita di tempo. Il pensiero libero come una minaccia e pure non troppo velata alla reach.
Si comunica “così” perché funziona, dicono. Okay, allora siamo destinati a diventare tutti identici per rimanere a galla da queste parti?
Io non credo. O almeno, non voglio crederci. Perché poi succede un fenomeno strano: i contenuti che ricordiamo non sono quelli “perfetti per l’algoritmo”, ma quelli che riconosciamo a distanza. Quelli con un tono, una voce, una piccola imperfezione umana. Che sanno di vero, insomma.
LinkedIn sarà anche una giungla con la cravatta. Ma se ci vestiamo tutti allo stesso modo, allora tanto vale tornare nei boy scout e fare la danza della cipolla. Che per lo meno ti fa piangere di risate.

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